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La Differenza che fa la differenza

di Elisa Barachetti | Formatrice e Counselor

Chi è Elisa Barachetti?

Sono Elisa: formatrice e counselor, mi occupo principalmente di fragilità sociali e in generale di inclusione, accoglienza e crescita all’interno di vari tipi di organizzazioni, soprattutto nel settore socio-educativo.

Com’è cambiata la visione del lavoro e delle organizzazioni grazie alla certificazione in CHO?

Penso che prima di tutto, sia cambiata la mia visione in generale.

Mi sono sempre schierata dalla parte degli ultimi, basando il mio lavoro di inclusione sul portare nuovi linguaggi e nuovi punti di vista a favore della minoranza fragile all’interno di gruppi e organizzazioni.

Durante il percorso di certificazione, mi sono resa conto che spesso facevo lo stesso errore delle persone con cui interloquivo: avere la presunzione di usare il proprio status e punto di vista come prioritario.

Ho capito che se se è vero che non può esserci inclusione laddove le uniche regole sono fatte a favore del “normale”, allo stesso modo non può funzionare nemmeno l’opposto: non ha senso un sistema basato solo sull’esigenza del “diverso”.

Il mio linguaggio è sempre stato votato al cambiamento, ma espresso con una forza estrema che pochi riescono a tollerare e fare proprio.

Ho imparato a partire sempre dal linguaggio dell’altro, e cioè anche dal livello dell’altro, e a piccoli passi, tendendo la mano, andare oltre trovando insieme punti condivisibili, nuove strategie condivise e fondamenta da mantenere, approcciandomi con curiosità alla situazione di partenza e cercando cosa è necessario che venga  conservato.

Ho capito che la vera crescita si trova nell’incontro, nel generare un nuovo linguaggio nato però da due idiomi distinti.

Il concetto di bilinguismo è stato per me illuminante!

Un’organizzazione veramente inclusiva deve necessariamente prevedere una comunicazione e un pensiero bilingue… proprio come in una famiglia in cui ci siano due figli, uno con e uno senza disabilità, o genitori di etnie diverse: è un equilibrio delicato da costruire ma anche molto arricchente.

Terminata la certificazione, qual è stato il focus del tuo primo miglio?

Il mio primo miglio l’ho percorso volgendo lo sguardo all’interno di me. Facendo i conti con le mie paure, con i miei limiti e anche con le mie risorse.

Durante questo primo miglio in cui mi sono guardata dentro, ho capito una cosa: non è importante trovare il proprio posto nel mondo, ma è  fondamentale trovare il proprio scopo.

Questa consapevolezza ha dato senso e forma anche a molte attività e metodologie che già da tempo portavo avanti nella vita e nel lavoro, ma che sentivo incomplete, mancanti di qualcosa: infatti, mancava l’autenticità della mia storia personale.

Quali sono state le prime azioni concrete e le iniziative che hai implementato?

Ho cominciato a scrivere, inizialmente soltanto uno storytelling personale, un qualcosa  che facesse chiarezza.

Ma ben presto questa scrittura intima è diventata qualcosa di più ed ha iniziato a fare la differenza: nel mio modo di comunicare, di progettare, di guardare il mondo… e inaspettatamente mi sono resa conto che anche il mondo è attratto dall’autenticità!

Parlando apertamente dei miei limiti, prima che delle mie risorse, sto ricevendo proposte di lavoro interessanti, vengo sempre più spesso contattata da persone curiose di capire meglio punti di vista “diversi” e anche negli ambiti in cui lavoro da anni sto ricevendo più ascolto e riconoscimenti significativi.

Insomma, il mio primo vero progetto come CHO l’ho creato e attivato su di me: sostenuta dalle parole di Veru e Dani, ho deciso di far fiorire prima di tutto me stessa.

Quali sono state le principali difficoltà o gli ostacoli che hai incontrato e come li hai superati?

Difficile è stato decidere di iniziare, di mettere in discussione alcune certezze dietro cui mi sentivo rassicurata, per scardinarle e mettere bene a fuoco altri lati di me.

Difficile è stato ammettere apertamente che mi dedico al tema dell’inclusione e che ho votato la mia vita a favore delle minoranze, semplicemente perché io stessa ne faccio parte.

Difficile è stato riconoscere la mia incoerenza nel cercare di lavorare a favore della diversità ma senza voler mettere in gioco la mia diversità.

Ero io il mio ostacolo! Per superarlo, ho dovuto superare me stessa.

E così poi la strada si sta rivelando essere in discesa… e io ho i pattini ai piedi!

Quali sono i prossimi passi?

Penso che mi concentrerò sul fare informazione e divulgazione, come anticamera di un cambiamento più vero e duraturo.

Sto cambiando il mio modo di fare formazione e vorrei che il bilinguismo di cui ho parlato – quello per cui tengo un piede nel passato e uno nel futuro, un occhio alla tipicità e l’altro alla diversità – mi aiutasse a portare modelli organizzativi positivi e inclusivi anche fuori dal settore sociale e dell’istruzione.

Cosa vorresti raccontarci tra un anno?

Tra un anno vorrei raccontare di quelle organizzazioni che, insieme a me, hanno scelto di migliorarsi in ottica inclusiva, consapevoli del fatto che in ogni essere umano ci sono talenti importantissimi che non possono rimanere inesplorati.

Vorrei poter dimostrare che l’inclusione è  sempre vincente, sia a livello umano sia a livello produttivo.

Tra un anno, vorrei raccontare che molte scuole, istituzioni e aziende hanno scelto felicemente di fare proprio il mio slogan personale preferito:  “la differenza può fare la differenza”.

Cosa diresti ai tuoi colleghi per convincerli che vale la pena investire sul benessere delle persone e che ha senso iniziare a costruire organizzazioni positive?

Scelgo di usare una citazione: “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Parti da te, riorganizza positivamente la tua vita, fai di te stesso un vero sistema teal, sii  produttivo e propositivo!

Se ci riuscirai, sarai così luminoso da portare facilmente nuova luce intorno a te.