La Felicità per lo sviluppo economico. Il perché di una Giornata Internazionale, un Report Globale e un indicatore alternativo al PIL

Se dovesse essere ancora necessario ribadirlo, la felicità è una cosa seria, tanto da aver spinto le Nazioni Unite ad istituire la Giornata Internazionale della Felicità, che si celebra ogni anno il 20 Marzo.

L’Assemblea generale […] consapevole di come la ricerca della felicità sia uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre la necessità di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […]»

Assemblea generale delle Nazioni Unite, Risoluzione A/RES/66/281

Nel luglio 2011 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione denominata “Felicità: verso una definizione olistica di sviluppo” per invitare i Paesi membri a misurare la felicità dei cittadini e utilizzare questi dati per guidare la definizione e l’implementazione delle politiche pubbliche.

Il 2 aprile 2012 si è svolta la prima riunione di alto livello delle Nazioni Unite intitolata “Benessere e felicità: definizione di un nuovo paradigma economico”, presieduta dall’allora segretario generale Ban Ki-moon e dal primo ministro Jigme Thinley del Bhutan, una nazione che ha deciso di utilizzare come principale indicatore di sviluppo la felicità nazionale lorda (FIL – felicità interna lorda, o GNH – Gross National Happiness) invece del PIL (prodotto interno lordo).

Che la felicità fosse un elemento determinante non solo per l’individuo, come dimensione filosofica o spirituale, ma anche in termini di sistema politico-economico, lo aveva sottolineato già Robert Kennedy, nel suo famoso discorso del 18 Marzo del 1968 presso l’università del Kansas, evidenziando l’inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate. Tre mesi dopo veniva ucciso durante la sua campagna elettorale che lo avrebbe probabilmente portato a divenire Presidente degli Stati Uniti d’America.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

44 anni dopo, nel corso di quella riunione alla Nazioni Unite del 2012 in cui si discuteva della felicità come nuovo paradigma economico, è stato pubblicato il primo Rapporto sulla felicità mondiale (World Happiness Report), da allora pubblicato su base annuale e presentato come testo fondamentale per delineare lo stato della felicità nel mondo, le cause della felicità e della sua mancanza, e le implicazioni politiche evidenziate dai casi di studio.

Nel luglio di quello stesso anno, il 2012, l’Assemblea generale dell’ONU istituisce per il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità e da allora ogni anno, in questa data viene anche pubblicato il World Happiness Report, rapporto che non è la semplice classifica dei Paesi più felici o più tristi del Mondo – come spesso è stato comunicato in maniera riduttiva da certa stampa italiana e globale, quanto piuttosto:

un progetto meritorio e rigoroso di investigazione scientifica del tema della felicità, ogni anno concentrandosi su un tema particolare e, in generale, con l’obiettivo di mostrare la rilevanza in termini di policy di un approccio multidimensionale alla visione del benessere e, soprattutto, alle determinanti dello stesso.

Le componenti della felicità ONU sono: reddito, salute, generosità, fiducia (forza della rete sociale di supporto), libertà e assenza di corruzione.

Luciano Canova, economista, autore del libro Il metro della Felicità

Insomma per chi fa ricerca su questi temi, ma soprattutto per chi si occupa di politiche pubbliche o politiche di sviluppo delle organizzazioni, questo studio è una fonte poderosa di informazioni per comprendere trend, scenari e modelli di comportamento che necessariamente hanno un impatto sulla vita delle persone, delle aziende e delle nostre comunità, e conoscere è il primo passo per scegliere come agire.

Ricordiamo, inoltre, che il rapporto si avvale del contributo e della supervisione di grandi economisti come John Helliwell, macroeconomista della Vancouver School of Economics; Richard Layard, della London School of Economics, tra i primi a occuparsi di felicità; Jeffrey Sachs, tra i più apprezzati esperti di sostenibilità.

L’edizione del 2019 si è concentrata su felicità e comunità, ma anche sulle relazioni tra felicità e big data e felicità e tendenze di voto per i partiti populisti.

In attesa dell’imminente edizione 2020, ci teniamo a condividere una nota di riflessione e una di speranza.

La riflessione è questa: l’anno scorso abbiamo assistito in Bocconi alla presentazione del report 2019. Da Jeffrey Sachs a tutti i relatori intervenuti emergeva l’urgenza, la consapevolezza e la possibilità di utilizzare questi dati per fare scelte politiche, sociali e umane diverse, preparandoci ad anticipare il futuro. E mai come oggi sappiamo quanto è fondamentale la capacità di leggere i trend e anticipare gli scenari per adattarsi in maniera resiliente e anti-fragile a situazioni complesse, proprio come quelle che stiamo vivendo in questi giorni a causa del Covid-19. A quell’incontro c’erano poche persone in aula: pochi studenti, poche aziende, pochi giornalisti, pochi politici? Perché non facciamo circolare queste informazioni così preziose?

La speranza è che quest’anno, grazie al lavoro di formazione sul Chief Happiness Officer che abbiamo condotto, i seminari, i webinar, gli eventi, l’aumento di interesse e divulgazione di questi temi che c’è stato, in molti di più possano scaricare e leggere il report, partecipare al webinar di presentazione gratuito (basta registrarsi qui: https://register.gotowebinar.com/register/3070361337156629517), condividere e divulgare i risultati, per aumentarne la risonanza e fare della felicità il principio per quel necessario cambio di paradigma culturale di cui abbiamo bisogno, come individui e sistemi.


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